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La Sagrada Familia. Note a margine

È la chiesa più nota e imponente che sia stata costruita dopo le grandi cattedrali gotiche. E già molto è stato detto e scritto della Sagrada Familia, la cui erezione in Barcellona ha trovato un momento di particolare significato in coincidenza col centenario della morte del suo autore, Antoni Gaudí, con la visita di papa Leone XIV (10 giugno 2026) e la benedizione della torre principale da poco ultimata, dedicata al nome di Gesù. Qui desideriamo aggiungere solo alcune osservazioni a complemento di quanto si può trovare altrove.

Innanzitutto, certo è il capolavoro di Gaudí, ma a chiederlo a lui molto probabilmente avrebbe risposto che non era tanto opera sua, quanto della comunità: dei molti operai che vi lavorarono (e vi lavorano tutt’ora, opere come quella in realtà non terminano mai di essere edificate e conservate) e dei tanti catalani che vi hanno contribuito con le proprie donazioni (lo stesso Gaudí si dedicò a raccogliere i fondi, sinché poté, richiedendo con forza che i contributi fossero frutto di sacrificio, non elargizione del superfluo).

In secondo luogo, ha preso avvio quale tempio espiatorio su iniziativa di alcuni industriali e commercianti che allo scopo acquistarono il lotto di terreno ma, una volta che il cantiere, impostato secondo criteri neogotici, nel 1883 passò nelle mani di Gaudí, ha presto assunto le forme di un canto di gioia scolpito nelle pietre: non più in stile neogotico, bensì in forme nuove, in cui al Modernismo (come in Catalogna chiamavano il Liberty) tipico dell’epoca, si univa un’ardita ricerca strutturale. Questa è esemplarmente rappresentata dal modellino rovesciato usato dall’architetto per studiarne la disposizione, visibile nel museo di quella chiesa: è composto da pesi che tendono le catenarie e disegnano così i profili di quelle che sarebbero diventate le strutture portanti dell’edificio.

In terzo luogo, lo stretto rapporto con la natura sulla cui base Gaudí ha scelto di impostare tutta l’architettura. I pilastri salgono come alberi: sono l’elemento primario di questo edificio. Si elevano dal terreno e attorno a loro si adagiano, come fossero chiome di un salice, i muri perimetrali – corrugati, smossi, traforati, variamente scolpiti in un’infinità di ornamenti. I simboli che animano pareti e torri sono tutti tratti dalla tradizione cristiana, così come anche da figure naturali (corolle di fori, il bue e l’asinello, melograni, felci, rane…). Essendo la natura espressione della creazione divina, questa non dev’essere violata o contrastata, diceva Gaudí; di qui che la torre di Gesù, quella per ultima elevata sulla cupola sovrastante l’altare maggiore sino a un’altezza di 172,5 metri, non dovesse superare il livello delle colline che attorniano la città: nulla deve essere di dimensioni maggiori di quanto è disposto dalla natura. E le torri sono anch’esse intese a rivisitazione di elementi naturali: non le tipiche strutture dalle pareti diritte, hanno la forma di gocce che si distendono oblunghe verso il cielo, come se vi si protendessero, quasi cadessero dal basso verso l’alto per forza di una misteriosa attrazione soprannaturale.

In quarto luogo, la tradizione. Non solo quella religiosa, ma quella costruttiva. Gaudí ricercò e fece rivivere i tipici sistemi edificatori di quella regione, li ha studiati e vi ha educato la manodopera da lui raccolta per realizzare l’opera. I tanti elementi a oculo che sui soffitti raccordano tra loro le diramazioni delle colonne e dei pilastri sono coronati da superfici composte da mattoni oblunghi che riprendono proprio le antiche tecniche catalane per la realizzazione di quegli elementi di base delle costruzioni. A quelli in terracotta si alternano quelli dalle superfici dorate, disposti in modo tale da rendere lucenti le raggiere.

In quinto luogo, la musica. Le facciate e le pareti, interne ed esterne, sono alleggerite da un’infinità di aperture, e così virano come in una trama di ricami e merletti. Vi occhieggiano vetrate colorate, ma quei varchi sono intesi anche a far risuonare tutto attorno, tra le case e le strade, i canti elevati dal coro, disposto sulle balconate che corrono lungo tutto il perimetro dello spazio liturgico e possono ospitare un migliaio di cantori. In questo modo la Sagrada Familia è intesa come un enorme strumento musicale animato da voci umane le cui melodie si propagano nella città.

In sesto luogo, la povertà. Sembra strano, soprattutto se si pensa allo stile di vita delle nostre archistar odierne, ma Gaudí visse poveramente e le sue pur splendide architettura sono tutte gioiosamente fulgide del sorriso della semplicità, per quanto appaiano complesse ed estremamente articolate. Il trecandis è l’espressione tipica di questa povertà: è il mosaico composto da frammenti di vetri e piastrelle colorate, raccolti da quanto veniva gettato via in quanto rotto e inutilizzabile – “la pietra che i costruttori hanno scartata….”. Superfici in trecandis caratterizzano il Parc Guell, casa Milá, casa Batlló. E campeggiano anche nella Sagrada Familia. in particolare sulle sculture poste sulle cuspidi delle torri e su altri elementi ravvisabili negli interni.

Infine, l’afflato di eternità. Gaudí non si aspettava di veder finita la sua opera. Ha lasciato una quantità di modellini nei quali raffigurava le proprie idee su come disporre le sculture sulle superfici, su come concepire le facciate, su come concludere le strutture. Tali modellini sono andati distrutti nel corso della guerra civile spagnola: Barcellona restò a lungo sotto il controllo della Repubblica nella quale giunse a dominare un violento livore antireligioso ispirato allo stalinismo e all’anarchismo, che portò al martirio di decine di migliaia di cattolici tra preti, suore, seminaristi e semplici fedeli così come nella distruzione di diverse chiese. E già all’inizio della guerra civile, nel 1936, la Sagrada Familia fu incendiata da un commando della FAI (Federazione Anarchica Informale, Federación Anarquista Informal). A partire dal 1948, quando il regime franchista si era consolidato e il cattolicesimo era tornato a essere rispettato, fu ripresa anche l’opera di costruzione della Sagrada Familia. Anzitutto quest’opera consistette nel recuperare i pezzi dei modellini di Gaudí frantumati e nel cercare di rimetterli assieme: una specie di rompicapo che tenne impegnati gli architetti del cantiere per decenni. Ma, ancora, Gaudí non aspirava a veder completata quella chiesa; siccome la concepiva come un progetto aperto, probabilmente si sarà immaginato un cantiere permanente. Non una chiesa-mausoleo, ma una chiesa viva., che si trasforma nel tempo, guardando all’eternità. Sapeva bene che la Chiesa è fatta di pietre vive, non di nature morte.

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