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Gaudí e il canto di pietra e di luce

Riprendiamo, dal Messaggero di Sant’Antonio ( https://messaggerosantantonio.it/content/gaudi-e-il-canto-di-pietra-e-di-luce-0 ), a firma Giovanni Gazzaneo e per sua gentile concessione:

Gaudí e il canto di pietra e di luce

Il 10 giugno ricorrono i cento anni dalla morte di Antoni Gaudí, «l’architetto di Dio» padre della Sagrada Familia, capolavoro assoluto di arte e spiritualità. Per l’occasione papa Leone XIV è a Barcellona e inaugura la «torre di Gesù».

«Arte significa: in ogni cosa mostrare Dio». Il pensiero di Hermann Hesse trova in Antoni Gaudí (Reus, 25 giugno 1852 – Barcellona, 10 giugno 1926) l’incarnazione più creativa dei tempi moderni. La Sagrada Familia, nella sua bellezza unica e gioiosa di forme e di luce, è stata edificata nel corso di 144 anni, e non sarà terminata prima del 2036, per nessun’altra ragione che «mostrare Dio» e la sua gloria. L’architetto amava dire: «Il mio committente non ha fretta, Dio ha tutto il tempo del mondo». Il centenario della morte di Gaudí, riconosciuto servo di Dio il 14 aprile 2025, sarà celebrato con il viaggio apostolico di papa Leone XIV a Barcellona, 9 e 10 giugno, al motto di «Alzad la mirada», «Alzate i vostri occhi» e con l’inaugurazione della torre di Gesù. La torre svetta a 172,50 metri, la più alta al mondo per un edificio religioso, custodisce una scultura dell’Agnello mistico realizzata da Andrea Mastrovito ed è sormontata da una croce di quattro braccia, orientate secondo i punti cardinali.

Bellezza e conoscenza

La Sagrada Familia in origine viene pensata come tempio espiatorio, sul modello della basilica del Sacro Cuore di Montmartre a Parigi e come «copia» del santuario di Loreto. La prima pietra viene collocata il 19 marzo 1882 da Josep Maria Bocabella, presidente dell’Associazione Spirituale dei Devoti di San Giuseppe. E a san Giuseppe Gaudí affiderà il compimento della basilica. Inizialmente viene incaricato l’architetto Francesc de Paula del Villar, che voleva progettare una grande chiesa neogotica. Ma nel 1883 gli subentra Gaudí, allora trentunenne, e la Sagrada diventerà l’architettura sacra più originale e iconica degli ultimi tre secoli.

Fin dall’inizio i lavori di edificazione sono sostenuti esclusivamente dalle donazioni dei fedeli. L’idea forte è quella di costruire un grande tempio nel cuore della città. Diceva Bocabella: «La Sagrada Familia sarà circondata da giardini per la ricreazione e il divertimento dei bambini e fiancheggiata da scuole cattoliche e laboratori, allo scopo di raccogliere quelle bande di monelli che vanno in giro per le strade, e di facilitarne la formazione». E Gaudí sognava, raccolta attorno alla chiesa, anche una comunità di falegnami, scalpellini, fabbri e di tutti gli artigiani i cui mestieri fossero necessari all’edificazione del tempio: «Il rumore del lavoro, simile al brusio delle api, si leverà verso la chiesa luminosa, come un mistico alveare». L’architetto catalano e i committenti scelgono di stare nel cuore del mondo perché il Signore possa rinnovare il mondo. La loro non è una cattedrale nel deserto o nel silenzio di un luogo magari bellissimo, ma lontano da tutto e da tutti. La loro è una chiesa che fin dal suo progetto vuole essere il cuore della città per rinnovare il mondo e donargli nuova vita, nuovo respiro e nuova bellezza.

Diceva papa Benedetto XVI nell’omelia della Messa di dedicazione della Sagrada Familia il 7 novembre 2010: «Gaudí volle unire l’ispirazione che gli veniva dai tre grandi libri dei quali si nutriva come uomo, come credente e come architetto: il libro della natura, il libro della Sacra Scrittura e il libro della Liturgia. Così unì la realtà del mondo e la storia della salvezza, come ci è narrata nella Bibbia e resa presente nella Liturgia. Introdusse dentro l’edificio sacro pietre, alberi e vita umana, affinché tutta la creazione convergesse nella lode divina, ma, allo stesso tempo, portò fuori i “retabli”, per porre davanti agli uomini il mistero di Dio rivelato nella nascita, passione, morte e resurrezione di Gesù Cristo. In questo modo, collaborò in maniera geniale all’edificazione di una coscienza umana ancorata nel mondo, aperta a Dio, illuminata e santificata da Cristo».

Nel Creato, nella Sacra Scrittura e nella liturgia Gaudí trovava l’originalità delle sue forme e della sua creatività: «La creazione prosegue incessantemente attraverso l’uomo. Ma l’uomo non crea: scopre. Coloro che ricreano le leggi della Natura per basare su esse le loro nuove opere sono collaboratori del Creatore […]  L’originalità consiste nel ritorno alle origini. La Bellezza è lo splendore della Verità, senza Verità non c’è Arte». E in questo Gaudí si staccava dalle avanguardie e dell’arte moderna – così viva in Catalogna grazie ai suoi contemporanei Miró, Dalí e Picasso, che a Barcellona aveva vissuto la sua adolescenza e formazione – che vedevano la possibilità di novità nello spezzare ogni legame con la tradizione o piuttosto nel guardare alle sole forme primitive, ma soprattutto nella negazione di ogni rapporto tra arte e verità e spesso anche tra arte e bellezza.

Dice la storica dell’architettura Maria Antonietta Crippa, che alla figura e all’opera di Gaudí ha dedicato numerosi saggi: «All’architetto catalano vanno riconosciute una eccezionale potenza immaginativa e una straordinaria vastità di conoscenze: dall’incipiente scienza delle costruzioni alla padronanza dei saperi costruttivi tradizionali; dalle conoscenze geometriche inusuali all’uso spregiudicatamente libero dei materiali. Ho collocato Gaudí in un momento di snodo della contemporaneità architettonica e artistica, nel generale passaggio dalla cultura eclettica a quella più libera rispetto all’eredità storica. Ne ho colto inoltre, entro un orientamento fortemente razionalizzante della tradizione medievale alla Viollet-le Duc, un gusto di sapore barocco per l’interazione dei fattori formali, costruttivi, simbolici e celebrativi di una costruzione, che comportava una fioritura senza limiti di varianti di dialogo tra struttura e ornato, tra forme e colori, tra figure naturali e invenzioni quasi magiche. Mi è sembrato, cioè, un artista teso tra razionalità e sensibilità wagneriana per l’opera d’arte totale».

La Sagrada Familia a conclusione della torre maggiore dedicata a Gesù. Foto di Canaan – SF maig 2026.jpg, CC BY-SA 4.0 – Wikimedia

Immagine dell’Infinito

Sì, la Sagrada Familia è davvero l’opera totale, un vangelo di pietra e di luce. La chiesa viene edificata su una pianta a forma di croce che rappresenta il corpo mistico di Cristo: si sviluppa intorno all’altare, che simboleggia, al pari della torre maggiore, il figlio di Dio. Le navate sono sostenute da colonne che distribuiscono i carichi quasi fossero alberi. Le tre facciate sono ornate ciascuna da quattro campanili, a rappresentare i dodici apostoli. La facciata a est, al sole che sorge, è dedicata alla Natività, luce di salvezza, con tre portali a simboleggiare le virtù teologali, fede, speranza e carità: è l’unica completata con Gaudí in vita. A occidente, dove il sole tramonta, troviamo il portale della Passione, con sculture dalle forme spigolose e geometriche, che si innalzano verso la crocefissione. Infine, a sud, il portale della Gloria, il portale maggiore, ancora in fase di realizzazione: una grande scalinata rappresenterà il passaggio dal peccato e dalla morte alla risurrezione, attraverso la fede raffigurata nei segni dei sacramenti.

Per l’architetto Mario Botta «la Sagrada Familia è un unicum sull’intera crosta terrestre, un edificio che sconcerta e rompe il corso della storia. La sua “infinita” edificazione simboleggia il tema vertiginoso dell’incompiuto, che in rapporto al sacro ci rimette, come umani, al giusto posto. L’opera di Gaudí rappresenta per l’architettura “del sacro” quello che Le Corbusier ha rappresentato per l’architettura tout court o, per fare altri esempi, quello che Albert Einstein ha rappresentato per la fisica. È impossibile non rintracciare nel lavoro dell’architetto spagnolo la capacità di interpretare al meglio i problemi dello spazio ecclesiale dentro la cultura del proprio tempo. All’interno del linguaggio eclettico di inizio secolo, in un momento in cui i valori preposti allo spirito sembravano perdere di attualità, Gaudí affronta in maniera sorprendente una storia millenaria in chiave contemporanea. Sorprendente è anche il confronto tra la città e la basilica, il rapporto tra sacro e profano: un fiore che emerge come forma di pietra e porta nella città europea il territorio della memoria» e dello spirito.

Racconta Armand Puig, teologo, presidente di Avepro (l’Agenzia ecclesiastica vaticana di valutazione universitaria), studioso di Gaudí e come lui catalano: «Verso i 50 anni Gaudí ha la chiara percezione che la sua vocazione sia quella di essere “architetto di Dio”, e la irrobustisce con la preghiera, l’assiduità alla Parola e la frequentazione della liturgia della Chiesa, soprattutto l’eucaristia quotidiana. Gaudí costruisce la Sagrada Familia e si lascia trasformare e rinnova il suo cuore con una vita spirituale profonda, che negli ultimi anni assumerà tratti profondamente mistici, nella consapevolezza che solo attraverso un amore fino al sacrificio è possibile realizzare grandi cose. Vuole edificare la basilica cristiana ideale, un insieme simbolico riflesso della fede trinitaria: l’arte al servizio della fede, l’architettura come espressione del Dio incarnato».

Gaudí era considerato santo già in vita. I giornali catalani così titolavano, infatti, all’indomani della sua morte, avvenuta a causa dell’investimento da parte di un tram: L’arquitecte de Déu; era un sant. Il poeta Joan Maragall, suo caro amico, in un articolo del 1905 scriveva: «Nella Sagrada Família accadono cose mirabili. Tra quelle pietre, già di per sé miracolose, si genera un mondo nuovo: il mondo della pace». E il nostro tempo questa pace invoca.

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