Che cosa sia la bellezza, come la si possa conoscere al meglio; come l’afflato emotivo si unisca all’inesauribile ricerca del sapere nell’orizzonte della speranza che permette all’essere umano di godere della sua condizione di figlio… diverse tematiche sono discusse da Giovanni Gazzaneo in un’intervista in cui, in particolare, rievoca le finalità del mensile Luoghi del’Infinito, da lui ideato e diretto per 33 anni, sino al gennaio 2025. Ne riproduciamo qui una parte.
L’intervista è stata condotta da Giorgio Agnisola ed è pubblicata, e leggibile nella sua interezza, su AT Arti e Teologie ( https://www.artiteologie.it/quando-la-bellezza-chiama/ )
Quando la bellezza chiama
Come hai sviluppato questa rivista che è stata un unicum nel panorama editoriale internazionale?

Sono due i poli originari di “Luoghi dell’Infinito”. Il primo è la ricerca della bellezza, non come puro fattore estetico ma come racconto, in testi e immagini, della bellezza della Natura e della bellezza che l’uomo ha saputo generare nei millenni, in particolare per esprimere il senso religioso, nella profonda convinzione che il bello, come il vero e il bene, è la sostanza stessa di Dio, lo splendore del suo volto che si irradia nel Creato e nelle creature.
L’Annuncio cristiano, fin dai tempi delle catacombe, ha avuto bisogno non solo di essere detto, ma di essere visto e contemplato: Dio si fa carne, Dio si fa volto e quindi icona. La bellezza è il volto più autentico dell’essere. È fragile, richiede cura, amore, dedizione. Ed è insieme potente: la bellezza del Creato e la bellezza delle arti ci avvicinano a Dio.
E l’arte cristiana abbraccia tutto, il dolore e la gioia, il crocefisso e il risorto… Fin dai suoi albori l’umanità ha voluto offrire la grande bellezza al divino mistero. Dai templi dell’antica Grecia alle cattedrali, la fede ha dato spazio e colore al sacro. In questo senso la fede genera bellezza, e lo fa in una duplice declinazione: la bellezza di pietra e di colore; la bellezza della santità. Un abbraccio di vita e arte, che assume con l’Incarnazione uno statuto di sacralità sconosciuto alle altre religioni, un canto ininterrotto per duemila anni che ha dato un volto santo alla storia e al paesaggio.
Per Simone Weil:
«In tutto quel che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello, c’è realmente la presenza di Dio. C’è come un’incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno. Il bello è la prova sperimentabile che l’Incarnazione è possibile»
Non solo. È la prova sperimentabile che la Creazione è possibile: il racconto di Genesi è il racconto della bellezza che Dio offre senza misura. E il dialogo tra Dio e l’uomo si declina fin dal suo incipit nell’orizzonte della bellezza. Il Padre crea i cieli e la terra e gli esseri viventi, ma solo di Adamo ed Eva dice: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gn 1,26). Un dialogo che prima di essere parola è sguardo. Noi siamo il suo riflesso e solo nello sguardo paterno possiamo riconoscerci per quel che siamo realmente: non specchio di Dio, ma figli suoi. Modellati nel profondo dell’anima nostra dalla domanda di bene, di vero e di bello che trova piena risposta nell’Altissimo. In questo dialogo tra la nostra sete mai appagata e l’Infinito che ci sostiene si concentra la sacralità della nostra vita, il nostro essere a sua Immagine. Ed è un dialogo dove l’orizzonte dello stupore può essere attraversato dalle nuvole del dubbio, dell’angoscia, del tormento senza per questo perdere la sua verità e la sua bellezza…
Il racconto di “Luoghi dell’Infinito” è sempre nel segno del dialogo, e qui siamo al secondo polo della rivista: dialogo tra i saperi, dialogo tra personalità anche lontane per sensibilità, cultura, credo religioso. Lo sguardo sul mistero – in noi, e infinitamente oltre noi – è all’origine delle più grandi avventure della storia: la religione, le arti, la filosofia. Avventure che hanno una caratteristica comune: l’assoluta gratuità nella più totale inutilità. Tutte le cose più grandi, più belle e più vere, come l’amore che le alimenta e le sostiene, non sono mai a servizio di uno scopo.
“Luoghi dell’Infinito”, come ha scritto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione dei vent’anni della rivista, è appunto «spazio di dialogo e conoscenza, anche grazie al contributo di grandi firme. Il dialogo tra culture e religioni diverse contribuisce ad alimentare la pace e la speranza». […]
Parlavi della “polifonia” della bellezza e dell’apertura a tutti i saperi in dialogo con l’arte e con la ricerca di Dio. Questo aspetto del tuo lavoro, vorrei dire della tua ricerca interiore, mi sembra uno dei segni fondativi della tua spiritualità…
Tutto nasce da quel “Tu sei bellezza” che san Francesco vedeva nel volto di Dio e che io vedo solo per riflesso nel Creato, nelle creature, nelle arti.
La bellezza non conosce confini. Non conosce confini temporali. Non conosce confini spaziali. La bellezza è corpo e anima, è natura e cultura, è colore e suono, è intuizione e pensiero, è silenzio e ascolto, è ragione e sentimento, è soffio e fragore, è volto di donna e volto di Dio… La sua infinita ricchezza è all’origine del suo essere polifonica. Ma dove nasce la bellezza? Perché la bellezza nasce, come un bimbo figlio dell’amore, come il giglio del campo che oggi c’è e domani scompare, come il tramonto che accende il cielo e il mare di rosso e di giallo.
La bellezza è luce, profumo, musica, ricerca e contemplazione, dentro e fuori, istante ed eternità, purezza altezza profondità. La bellezza è antica e nuova. La bellezza è respiro. La vivi, la senti, la pensi. Ne hai percezione nella gioia e nel dolore. Nella sua assoluta semplicità non si lascia definire. Ti abbraccia come l’orizzonte e, insieme, abita in te. Noi sappiamo che l’Invisibile si è fatto visibile, il Creatore creatura. L’Invisibile si è fatto volto, volto di bambino a Betlemme, volto di uomo torturato e crocefisso sul Golgota, volto glorioso del Risorto nel giardino del nuovo Eden, volto dello straniero che diventa compagno della nostra disillusione e disperazione sulla via verso Emmaus.
Nulla viene negato, tutto è abbracciato: il canto di Davide, il pianto di Giobbe, la Passione e la Gloria. La bellezza cristiana esprime tutto questo e così supera gli ideali dell’arte greca: dove solo i criteri di armonia e perfezione possono corrispondere a un’ideale di bellezza, pura utopia per gli uomini, ma anche per gli dèi dell’Olimpo, un magnifico sogno, ma pur sempre solo un sogno. Al contrario la verità del mistero cristiano salva e coniuga in modo paradossale vita e morte, sofferenza e felicità, tempo ed eternità. E la bellezza che ne scaturisce è molto più di un puro fatto estetico, perché nasce e si alimenta nell’Incarnazione.
«Chi crede in Dio – diceva nel 2002 l’allora cardinale Joseph Ratzinger –, nel Dio che si è manifestato proprio nelle sembianze alterate di Cristo crocefisso come amore “sino alla fine” sa che la bellezza è verità e che la verità è bellezza, ma nel Cristo sofferente egli inoltre apprende che la bellezza della verità comprende offesa e dolore e, sì, anche l’oscuro mistero della morte, e che essa può essere trovata solo nell’accettazione del dolore e non nell’ignorarlo»
Sono questi, come dicevamo, i due volti della bellezza cristiana, il volto della gloria e il volto del dolore, e se non fossero presenti entrambi i volti, la bellezza si ridurrebbe all’evanescente falsità di un abbagliante spot pubblicitario.
Andrej Tarkovskij indicava come “compito” per l’arte «il tentativo di stabilire un equilibrio tra l’infinito e l’immagine», tra l’infinito e la parola. Diceva:
«L’opera d’arte deve essere capace di suscitare una forte emozione, una catarsi. Deve essere in grado di toccare la viva sofferenza dell’uomo. Lo scopo dell’arte non è insegnare a vivere (forse Leonardo ci insegna qualcosa con le sue Madonne o Rublëv con la sua Trinità). L’arte non ha mai risolto i problemi, semmai li ha posti. L’arte trasforma l’uomo, lo prepara a percepire il bene, sprigiona l’energia spirituale. È qui che risiede il suo alto fine»
Quindi c’è una concretezza, un vissuto della bellezza, ed è questo quello che tu cerchi?
La bellezza non è un’astrazione. Ma questo mondo sembra voler fare a meno della bellezza come dell’amore. Li relega al passato. Li guarda magari con nostalgia. Spesso con cinismo e indifferenza. La vera bellezza, il vero amore hanno a che fare con l’Eterno. Si declinano nell’orizzonte del “per sempre”.
Il nostro mondo invece corre veloce, vuole giocare tutto sull’istante: riduce l’eterno al presente, la verità a maschera, il noi a io, il bene ad artificio e prodotto di consumo. C’è tanta tristezza, noia e mediocrità in questo vecchio mondo trasformato in mercato globale e virtuale. Perché tutto, ma proprio tutto può essere venduto e comprato, perfino il concepimento di un bimbo. E il perfetto consumatore non è mai la persona che pensa, ma la persona che desidera di un desiderio che non conosce appagamento. Il nostro mondo è il peggior nemico dello “spirito d’infanzia”, che cerca di uccidere affogandolo nel peccato, nelle ideologie, nel politicamente corretto, nei falsi diritti delle leggi antiumane. Georges Bernanos diceva:
«Quando lo spirito d’infanzia si indebolisce nel mondo, è lo spirito di vecchiaia ad affermarsi, uno spirito di compromesso. Comunista o fascista, dirigista o liberale, questo mondo è vecchio. Questo mondo despiritualizzato, meccanizzato, divorato dalle meccaniche come una bestia malata di pulci, è invecchiato, banale»
Quanta banalità nel male e perfino nel generico “vogliamoci bene”. Non c’è bellezza senza amore. E il dono, che è il modo in cui l’amore si esprime, trova il suo fondamento nella libertà. Se ci fermiamo alla superficie delle cose, al desiderio dell’immediato, al consumo vorace, alla ricerca del successo, allora la nostra vita nega l’Invisibile, ma nega anche la bellezza. Potremo avere tutto, conquistare tutto, ma noi saremo un nulla, un vuoto incolmabile. Intorno a noi e dentro di noi ci sarà solo deserto. Non esiste orizzonte senza cielo. Chi desidera davvero non può desiderare meno dell’Infinito, perché l’Infinito è presente dentro di noi ed è insieme il nostro destino. E solo sull’Infinito possiamo radicare la nostra speranza. E quale speranza più grande di un bimbo che nasce? La domanda di Dio è per l’uomo come il vagito di ogni figlio che viene al mondo: fa parte del suo stesso essere e negarlo significa negare se stessi.
Con gli antichi Navaho possiamo anche noi cantare la gioia del Creato:
«Libero e leggero potrò muovere i miei passi / Col cuore pieno di vita e passione camminerò / Felice andrò per la mia strada / […] Felice bramerò l’abbondante rugiada / Nella bellezza desidero vagare / Sia la bellezza di fronte a me / Sia la bellezza dietro di me / Sia la bellezza sotto di me / Sia la bellezza sopra di me / Che la bellezza possa io vedere tutt’intorno, sul mio cammino / Nella bellezza tutto si compie»
Sì, la bellezza è sopra e sotto, ma soprattutto dentro, di noi. La grande avventura è scoprirla e farla venire alla luce. […]
Per cogliere la bellezza è necessario saper guardare. Qual è il modo autentico di vivere la centralità dello sguardo?
La bellezza porta alla contemplazione e insieme al cammino: la stella che brillava nei cieli e negli occhi dei Magi, guida i loro passi fino ai piedi del Bambino Gesù; l’annuncio delle donne spinge Pietro e Giovanni a correre verso il Sepolcro vuoto. Per i Magi e per gli apostoli le parole non potevano bastare, ardevano dal desiderio di vedere.
Nel racconto evangelico il vedere viene prima del credere. “Vieni e vedi”, dice Gesù al discepolo. Solo uno sguardo può abbracciare la Parola incarnata e farla diventare ragione di vita (Gv 1,36-39; 20,8). Quel vedere che infrange la notte: all’alba della Genesi il Creatore soppesa con uno sguardo il frutto della sua Parola per apprezzarne la bontà, e questo è possibile solo dopo che “la luce fu” (Gn 1,4). Lo sguardo ci apre all’orizzonte – ha a che fare con l’assoluto, ciò che è libero da qualsiasi determinazione –, ci fa percepire l’infinito. Ed è quel che viviamo da piccoli, e che perdiamo da adulti: la gratitudine dello stupore. Lo sguardo del credente non ha paura del mistero perché, come insegna Abraham Heschel, «oltre il mistero c’è la misericordia».
Diceva il poeta José Bergamín che «la fede è fatta per l’orecchio, e l’orecchio per la Parola di Dio». Ecco allora che la nostra vita si gioca tra la capacità di Ascolto e la capacità di Visione. Cristo ci invita a spalancare gli occhi sul mistero, ad aprire le nostre orecchie per recepire la voce dello Spirito che è soffio di brezza sottile. Dio non vuole una fede cieca. Lezione ben compresa da Gilbert Keith Chesterton:
«I veri mistici non nascondono misteri, ma li rivelano. Fissano le cose alla luce del giorno e, dopo che esse sono state viste, sono ancora un mistero. Ma i mistificatori nascondono le cose nell’oscurità e nel segreto, e quando vengono trovate, sono banalità»
Il mistero è racchiuso in quello sguardo che ci conosce fin dal grembo di nostra madre. Noi ci riflettiamo in quello sguardo originario e scopriamo noi stessi fino in fondo e il legame con Colui che è nostra genesi e nostro destino.
Per don Luigi Giussani «Il miracolo più grande, da cui i discepoli erano colpiti tutti i giorni, non era quello delle gambe raddrizzate, della pelle mondata, della vista riacquistata. Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre». In questo sguardo si gioca il rapporto tra Cristo e i discepoli di allora, di oggi e di ogni tempo a venire. Perché non esiste amore senza sguardo: sguardo che ferisce, che ci fa vivere la gioia e le pene dell’innamoramento, che scombussola, che mette in gioco, che cambia la vita.
Una reciprocità che ben coglie Cristina Campo: «Tu, Assente che bisogna amare… / termine che ci sfuggi e che c’insegui». Credere e amare per il cristiano sono sinonimi. Innamorati e testimoni. Il testimone non trabocca di parole, ma di gioia. Il suo sguardo l’ha reso partecipe di una storia, di un evento, partecipe della vita, di quel gioco quotidiano di libertà e provvidenza.
Questo racconta la Bibbia: non ci offre miti, ma la storia dell’incontro tra Dio e l’uomo. Un’evidenza nell’immaginario medioevale, dove la fede è l’orizzonte del ricco e del povero, del sapiente e dell’illetterato: un mondo trasfigurato dalla presenza del divino, un universo simbolico dove la terra guarda al cielo e dal cielo si lascia fecondare.
Carlo Betocchi lo diceva in modo semplice ed efficace: «Quando vado alla messa spesso non prego, guardo. Sono come un bambino. Guardo, e credo. E il Signore mi dice (con povere fiammelle di candela, mutamente entro me, nel mio guardare): “Bravo, hai fatto bene a venire”».
Ma lo sguardo può anche uccidere. Nei nostri giorni, dove ormai da tempo il logo dei grandi marchi delle multinazionali ha sostituito il simbolo, domina Narciso, vittima dei suoi stessi occhi. Come lui, anche noi ci perdiamo nell’immagine del nostro io, siamo rapiti dalla superficie, incapaci di uno sguardo che vada oltre, nei cieli come nelle profondità interiori. Abbiamo solo sostituito lo specchio d’acqua con una molteplicità di schermi. Dimentichiamo che «l’uomo è se stesso solo per il fatto che il suo volto è illuminato da un raggio divino» (Henri de Lubac). E a nostra volta possiamo essere luce per lo sguardo altrui.
Lo sguardo che abbraccia l’Ecce Homo e il Risorto è l’unico sguardo in grado di sfidare l’oscurità, è lo sguardo innamorato, è lo sguardo illuminato.
Scriveva Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est:
«All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva […]. Siccome Dio ci ha amati per primo (1Gv 4,10), l’amore adesso non è più solo un “comandamento”, ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro».


