Luogo della comunità e luogo della liturgia. La chiesa nella tradizione della cultura cristiana si è sempre mantenuta come centro dell’abitato.

Nel secondo dopoguerra per motivi differenti – la “laicizzazione” della società, il desiderio di costrurire tanto e in fretta, l’impetuoso urbanesimo conseguente allo sviluppo delle grandi concentrazioni industriali insieme con le necessità di ricostruzione postbellica – spesso la chiesa non è più stata al centro dei nuovi quartieri. Anzi, nella maggioranza dei casi è stata ritenuta, dall’urbanistica del periodo, come un “servizio” al pari di qualsiasi altro servizio, e persino di minore rilevanza perché non collegato a specifiche urgenze (“inutile”) quali potevano essere invece gli ospedali o le scuole. Pertanto nei quartieri periferici spesso la chiesa non è più il centro. Ma, ciò nonostante, nel corso del tempo la sua presenza ha finito comunque per porsi come luogo di riferimento del quartiere: la forza della religione si impone da sola, a prescindere dai desideri dei pianificatori urbani. Le persone si riconoscono nella chiesa, non nel centro commerciale o nella scuola, per quanto possano avere legami di affetto sia col centro commerciale, sia con la scuola o con l’ospedale.

Con la chiesa il rapporto è sempre trascendente: legato ai riti che scandiscono la vita della persone ma svincolato da interessi particolari e per conseguenza collegato a quanto ognuno sa o sospetta essere più proprio dell’essere, aldilà delle sue manifestazioni temporanee sotto forma di azioni, funzioni, proprietà. Nascita, introduzione nella comunità cristiana (battesimo), partecipazione attiva ai sacramenti (comunione e cresima), costituzione dei nuclei familiari (matrimonio), uscita da questo mondo (funerale).

Ecco quindi che la chiesa, sia antica o contemporanea, sia bella o brutta, conserva sempre le sue caratteristiche fondamentali di luogo di riferimento della comunità che si riconosce nella liturgia – e questo avviene come fatto culturale, anche prescindendo dall’effettiva frequenza ai riti o persino dalla convinzione religiosa delle persone.

Anche l’ateo riconosce che nella città europea la chiesa è elemento fondante, per il portato delle antiche tradizioni e culti che la definiscono. Proprio a conseguenza di tale portato, l’edificio chiesa nel suo complesso, così come i singoli elementi che la compongono, sono tutti densi di significato: sono tutti collegati a momenti che trascendono la quotidianità e attingono all’essenzialità.

Né si può concepire la chiesa senza in qualche modo pensare alla lunga tradizione religiosa che la definisce e che dà il senso dell’edificio.

Una finestra nella chiesa non è una finestra, ma un’apertura che consente alla luce solare di attraversare lo spazio, in esso recando il senso del rapporto tra la persona e il cosmo. Non solo, è strategicamente collocata, così da accompagnare lo svolgimento del rito nei diversi momenti della giornata. Non a caso nella tradizione le chiese sono prevalentemente “orientate”, cioè rivolte con l’abside verso oriente, così che alle prime ore del giorno la luce illumini quanto è ubicato nell’abside, ovvero l’altare e il tabernacolo nelle chiese cattoliche. Il luogo su cui si svolge il sacrificio, il luogo in cui è conservato il pane consacrato.

La luce è simbolo della divinità (Cristo è “luce del mondo”, Gv 8, 12), non è solo il fenomeno fisico quel che consente di vedere. La finestra nella chiesa non è solo un elemento funzionale, ma è in primo luogo un elemento simbolico. Da qui l’uso del rosone, che è un piccolo sole che si manifesta entro il luogo di culto, e delle vetrate istoriate la cui rilevanza raggiunge la massima espressione nelle chiese gotiche: la vetrata istoriata fa esplicitamente della luce un veicolo del messaggio evangelico.

Ma non solo le finestre, ogni singolo elemento nell’architettura delle chiese ha un suo significato e un suo valore simbolico. E anche la chiesa nel suo complesso ha un valore simbolico: non a caso la pianta della tipica basilica occidentale, con navata e transetto, conforma una croce.

Consideriamo questa densità di valori simbolici e compiamo questa succinta analisi tenendo presente che attraverso tale percorso si intende come i luoghi e gli elementi si rivestono sempre di un afflato emotivamente rilevante per le persone.

E tale rilevanza va ripensata così che la progettazione si misuri con essa e in questo modo renda presente il senso profondo dell’essere umano. Perché l’essere umano è intrinsecamente religioso – ogni cultura in ogni parte del mondo è nata dalla religione – e la religione esprime l’intimità dell’essere umano. Ma come per il credente l’aspetto emotivamente rilevante dell’architettura si ricollega al significato sacrale, per chiunque, credente o non credente, l’aspetto emotivo che è associato al senso dell’architettura e dei suoi elementi, assume un significato che si esprime nella logica derivante dalla tradizione.

Proprio come una parola, o un insieme di parole, ha uno specifico significato perché questo e proprio questo si è venuto definendo nel tempo e apprendendo all’interno della specifica comunità di parlanti, così gli elementi dell’architettura e l’architettura nel suo complesso hanno un significato per coloro che sono cresciuti in quell’universo costruito. E tale significato non è cancellato per il fatto che qualcuno non partecipi al culto, se questi nasce e cresce e vive entro quella comunità. Esattamente come la parola “casa” non cessa di avere quel significato, anche per chi per i più diversi motivi decida di vivere in un hotel o sia costretto a pernottare sotto un ponte.

Come le parole e le frasi, anche le architetture e i loro elementi mantengono il loro significato all’interno di una comunità che è definita da una lunga e radicata storia, col suo intreccio di cultura, di tradizioni, di usanze. Di qui la necessità di esplorare il senso di queste parole, ovvero il senso di questi elementi, nell’economia dell’architettura esattamente come avviene con la filologia e le glottologia.

Prima di addentarci in un’analisi più specifica di queste “parole”, è bene tuttavia porre un’altra domanda: nel suo complesso che cos’è la progettazione architettonica?

Progettare, eguale a “gettare avanti”. Non solo perché il progetto viene prima della costruzione, ma anche perché più in generale si guarda al futuro: e non solo di quel che sarà il singolo edificio, ma di quel che sarà il complesso dell’ambiente in cui esso si collocherà.

L’architettura sempre comporta una modifica dell’ambiente e pertanto è sempre una progettazione ambientale, non solo del singolo oggetto, ma anche del suo contesto.

Ecco che l’architettura offre un duplice servizio.

Una parte di questo servizio, consiste nel fatto che il progettista è chiamato a rispondere ai desideri e alle necessità del committente, a dar loro una forma definita. Con maieutica capacità, è – o sarebbe, non tutti purtroppo ne hanno la capacità – chiamato a saper leggere dentro (intelligere, comprendere con chiarezza) tali desideri. Penetrarli, immedesimarvisi sino a farli propri. Non a torcere tali desideri e necessità entro propri schemi preconcetti, ma a comprenderli e condividerli per dar loro la soluzione migliore. L’edificio dovrà servire a rendere migliore la vita delle persone che lo abiteranno (che sia una casa o un ufficio, un negozio o un luogo di culto, ogni edificio è preposto ad ospitare, e quindi è votato a essere abitato, per quanto per occasioni e per periodi di tempo diversi).

Un’altra parte di tale servizio è rivolto alla comunità, all’insieme urbano in cui l’edificio si inserisce. Il nuovo nato dovrà servire a rendere migliore la vita di quel luogo e in quel luogo. Dovrà abbellire quella porzione di città, rallegrare la vista. Non dire “questo è l’edificio firmato dal progettista tal dei tali”, ma dire: “questo è un luogo dove è gradevole passare o sostare, questo è un brano di città, di questa città con tutte le sue valenze emotive e significanti”.

Christian Norberg Schulz ha ampiamente discusso l’argomento…

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