Il rito è il sostrato fertile da cui ha origine e si sviluppa la religione[1].

Il rito non s’inventa, c’è! Non possiamo farne a meno. Se vogliamo strutturare la nostra vita, darle una forma dobbiamo ricorrere al rito. È una modalità di agire che fa uscire dalla dinamica della produttività e del rendimento per diventare essenzialmente comunicazione, stabilisce cioè legami e impronta relazioni. Le dinamiche rituali interessano tutte le età della vita pur dentro le notevoli variabili storico-culturali. Interessa l’esperienza del tempo e della memoria; almeno le più rilevanti come quelle legate ai grandi passaggi della vita (nascita e morte). In tal senso le religioni nascono dai riti, non li precedono. Hanno bisogno del rito per produrre e comunicare senso. E ne devono rispettare la natura e il comportamento. È inevitabile, pena l’insignificanza e il declino della religione stessa. Su questa base antropologica si fonda anche l’importanza del rito nella religione cattolica e la sua centralità nell’esperienza della fede.

Molti si chiedono se il cristianesimo abbia veramente bisogno del rito. Altri ancora interrogano la fede «in» Gesù e «di» Gesù persuasi che tale esperienza implichi la fine proprio dei riti e dello stesso sacro. Lo stesso lessico cultuale neotestamentario sembra sbilanciarsi dalla parte del culto spirituale rendendo quasi superflua o inutile ogni ritualità. Una deriva legata al convincimento che la fede si costruisca altrove. Ma anche la riflessione moderna sulla religione ha portato a ritenere il rito un agire propedeutico a una religione della «ragione» fatta di giustizia, morale, intelligenza e volontà. Non è questo certo il luogo per analizzare a fondo la questione. Resta che da tali (e altri) processi si sviluppa quella secolarizzazione che prenderà presto la piega estrema che vediamo ancora nella nostra società. Ciò che sorprende, in ogni caso, è che rifiutato il sacro e le istituzioni religione, la società non ha rifiutato i riti, anzi li ha intensificati e incrementati.

Il punto nodale della riflessione odierna sulla liturgia, scaturita dal concilio Vaticano II, sta sì nel suo rapporto con la fede e la teologia, ma anche con la pastorale (migliorare la partecipazione alle celebrazioni). Le riflessioni e il dibattito di questi ultimi anni hanno visto concorrere diverse prospettive: quella teologica (il contenuto), quella teologico-liturgica (la forma), quella pastorale (l’agire celebrativo contestualizzato) e quella antropologica (l’agire simbolico-rituale). Su quest’ultimo versante si pone la monografia che presentiamo.

La bibliografia sul rito è ormai enorme. La questione è affrontata da molteplici punti di vista e ci sembrava superfluo replicare riflessioni. Così ci siamo concentrati su un punto troppo spesso dato per scontato: la liturgia e la ritualità «nella Bibbia». Infatti, se certo lessico biblico sporge nella direzione del culto spirituale, ciò non significa che il rito e la ritualità nella Bibbia si presentino come irrilevanti od opzionali. Anzi. Infatti, se guardiamo anche solo ai due momenti fondamentali della fede nell’Antico e nel Nuovo Testamento notiamo che sono decisamente marcati da due riti: quello della pasqua (Es 12) e quello dell’ultima cena (Mc 14,22-25; Mt 26,26-29; Lc 22,15-20; 1Cor 11,23-26 ) che, per i cattolici, è l’eucaristia. Entrambi sono memoria di un evento, ma anche «riti» che accadono prima dell’evento stesso, quasi a dire che anche il rito concorre a istituire l’evento.

Nel 2014 si è tenuta presso la Casa di Spiritualità dei Santuari Antoniani di Camposampiero (PD) l’VIII Settimana biblico-liturgica, che poneva a tema proprio La liturgia e la ritualità nella Bibbia. Abbiamo così volentieri ospitato e in parte rielaborato l’esito dei lavori condotti, peraltro, con un consono approccio multidisciplinare ed esperienziale.

Il fascicolo si apre con un primo contributo di Jeronimo Pereira Silva che presenta un’analisi del rapporto tra fede e rito. Al cuore dell’esperienza cristiana l’autore colloca la liturgia, locus nel quale il credente può trovare ciò di cui ha bisogno per «il progresso e la gioia della fede» (Fil 1,25). In questo contesto, un ruolo di rilievo è riconosciuto al corpo, elemento non sempre preso nella dovuta considerazione, ma determinante per lo sviluppo di un’autentica spiritualità liturgica.

Con uno studio su La ritualità del quotidiano, Gaetano Comiati offre un contributo dal punto di vista antropologico, in cui richiama l’importanza del rito non solo in ambito liturgico-sacrale, ma come componente dell’esperienza umana tout court, anche nei suoi aspetti più quotidiani. Oltre a ciò, a partire dal Benedizionale, l’autore offre spunti di riflessione circa il modo di santificare i diversi momenti della vita.

Il riferimento alla parola di Dio accomuna i tre contributi successivi, in cui si pone a tema un altro rapporto, quello tra Parola e rito. Aldo Martin studia un argomento tuttora al centro di un serrato dibattito: Gesù e il rito. Muovendo dalla testimonianza dei vangeli, l’autore si sofferma sull’esperienza rituale di Gesù, considerando anche la sua posizione nei confronti delle istituzioni e delle tradizioni religiose del suo ambiente. Maurizio Girolami, invece, si concentra su alcuni eventi decisivi della vita di Gesù, fra i quali il battesimo sulle rive del Giordano. Alla luce del rapporto di Gesù con le Scritture di Israele e del suo stile nella relazione con gli uomini e le donne del suo tempo, l’autore mette in rilievo la posizione di Gesù in merito alla ritualità ebraica. La riflessione di Morena Baldacci offre una lettura dell’unzione di Betania, centrata sull’analisi della ritualità descritta nel racconto. Ne emerge un quadro stimolante per la comprensione del significato che gli evangelisti attribuirono a quel gesto, che segnò l’inizio degli ultimi giorni della vita pubblica di Gesù.

Di indole più strettamente liturgica sono i contributi di João B. Ferreira De Araújo e di Francesca Leto. Il primo autore compie un’analisi fenomenologica dell’Evangeliariosecondo il rito romano, muovendo da una prospettiva antropologica di ampio respiro, passando per la storia delle religioni, per giungere a una riflessione sulla ritualità in cui è coinvolto il testo sacro. L’architetto e liturguista F. Leto propone, quindi, uno studio sul ruolo e il significato della danza e della musica nella liturgia eucaristica.

Una diversa prospettiva è suggerita da Alessandro Toniolo che apre una “finestra” sulla liturgia ebraica, considerata nella sua dimensione familiare, comunitaria e personale. Il contributo è utile non solo per conoscere i luoghi e i momenti della preghiera nella vita di una comunità ebraica, ma anche per comprendere meglio alcuni aspetti della liturgia cristiana. L’ultimo articolo è un ulteriore contributo di Francesca Leto. Si tratta della rilettura di un testo di Romano Guardini, frutto di una sua singolare esperienza nel castello di Rothenfels (Germania), insieme all’architetto Rudolf Schwarz. Liturgia e architettura, corpo e rito hanno concorso a strutturare un luogo di intensa esperienza di fede e di vita.

L’Invito alla Lettura – curato da Gaetano Comiati, Francesca Leto e Alessandro Toniolo – contiene un ampio repertorio bibliografico, una selezione di opere che possono accompagnare il lettore nell’approfondimento personale delle tematiche oggetto di studio nel presente fascicolo.

[1] R. Rappaport, Rito e religione nella costruzione dell’umanità, EMP – Abbazia S. Giustina, Padova 2002, 66.

Tratto da: http://www.credereoggi.it/upload/2015/articolo208_3.asp

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