Pubblichiamo di seguito, col benestare dell’Autrice, una versione ampliata di un articolo di Olimpia Niglio già comparso sul quotidiano Avvenire (avvenire.it) il giorno mercoledì 23 settembre alla pag. 19:
di Olimpia Niglio
Nei versetti 10-11 tratti dalla prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi (capitolo 3, versetti 10-11) leggiamo: «Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. (11) Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo». L’apostolo Paolo paragona la propria opera di evangelizzazione a quella di un “saggio e sapiente architetto” che ha saputo edificare bene le fondamenta dei suoi edifici; infatti, altri che saranno in grado di seguire le sue impostazioni continueranno il lavoro di costruzione senza problemi, se con umiltà seguiranno quanto da lui realizzato e senza inventare altro.
Sin dalle prime pagine i contenuti del libro di Leonardo Servadio dal titolo L’anima della Città Europea. Le chiese, il cuore e il volto, se pur non direttamente citati, ci rimandano a questi versetti dell’apostolo Paolo che ci invitano ad interrogarci su ciò che leggiamo attraverso i libri di pietra edificati nel corso dei secoli e quindi sul significato sacro delle città sin dalla loro fondazione.

Intanto la cultura occidentale, a differenza di quella orientale, è caratterizzata da un “sentire materiale” più solido e incarnato in tutto ciò che ci circonda. Questa materializzazione, in molti casi, soprattutto nell’area mediterranea, si è concretizzata anche attraverso il principio di “stratificazione” della memoria storica, riconoscendo nell’opera creativa dell’uomo la capacità di trasmettere valori culturali in grado di tessere una stretta relazione tra passato e contemporaneità, quindi attualizzando armonicamente quanto abbiamo ricevuto ma senza svilire l’insegnamento e il significato del patrimonio ereditato. Infatti il passato, attualizzato nel presente, è parte integrante di quella memoria collettiva viva che rischia però di essere ridotta a puro strumento di mercificazione se non la conosciamo e non la tuteliamo.
Ne consegue che la materialità che caratterizza la cultura occidentale è qualcosa di fortemente consolidato nel tempo e che ha attraversato tante generazioni che per secoli, pietra dopo pietra, hanno dato vita ad un vero e proprio tessuto di memorie depositate che rappresentano il complesso inestimabile del nostro patrimonio culturale, come sottolineato dall’archeologo Salvatore Settis sin dagli scritti degli anni ’80 del XX secolo in Memoria dell’antico nell’arte italiana. Non possiamo non asserire che il patrimonio culturale occidentale rappresenta un “continuum” che da secoli si trasmette di generazione in generazione e ogni monumento, edificio, paesaggio che caratterizza le nostre città, altro non sono che espressione di creatività stratificate realizzate dalle comunità.
Eppure tutto questo sembra oggi essere offuscato, messo in discussione se non addirittura cancellato dalle costanti minacce di guerre, azioni sovversive, nuove tecnologie e nuovi paradigmi fondati sulla perdita di identità e quindi sulla realizzazione dei “non-luoghi” come affermava il filosofo francese Marc Augé (1935-2023) al principio degli anni ’90 del XX secolo nel saggio 1992 Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité.
Casistiche e testimonianze presentante nel volume di Servadio ci rimandano all’opera di un grande filosofo italiano, Rosario Assunto (1915-1994) che nel libro pubblicato nell’ormai lontano 1984 dal titolo La città di Anfione e la città di Prometeo. Idee e poetiche della città guida il lettore all’interno di un interessante viaggio dove analizza proprio l’isolamento spirituale delle città e quindi delle comunità sotto il dominio di un tempo lineare segnato dal ritmo incessante della materializzazione umana. Il filosofo Assunto, con lucidità e consapevolezza, analizza la deriva contemporanea delle città occidentali mettendo a paragone la città fondata da Anfione, personaggio mitologico che edifica le mura della città di Tebe grazie al suono della sua cetra e la città di Prometeo, titano della mitologia che prende il fuoco agli dei per donarlo agli uomini affinché possano avviare il dominio tecnologico dell’uomo sulla natura.
Così alla città storica (anfionica), fondata su stratificate e diversificate identità culturali, in cui emergono i principi propri della spiritualità, della dimensione sacrale, della bellezza e dell’armonia e della contemplazione dell’infinito, si contrappone la città della tecnica (prometeica), caratterizzata da un agire scientifico e tecnologico che punta all’individualismo e all’utilitarismo e quindi alla messa in discussione e all’allontanamento dei principi che sono alla base della spiritualità dei luoghi.
Intanto nella città di Prometeo manca lo spazio per la riflessione, per la contemplazione della natura, per il silenzio e per il riposo dell’anima, la cui mancanza è conseguenza dell’abbandono dei modelli trasmessi dalla storia, il tutto accompagnato da una certa irriverenza nei confronti dell’eredità ricevuta in dono. Così le chiese, le cattedrali, i complessi degli ordini religiosi, che fino a tutto il secolo scorso sono stati certamente importanti luoghi di cultura, di formazione, custodi di eredità emblematiche e simboli identitari all’interno delle nostre città europee, oggi vengono promosse come luoghi di nuove sperimentazioni fruite da comunità spesso caratterizzate da alienazione e solitudine, contribuendo così a costruire una nuova Torre di Babele (Genesi 11, 1-9).
A questa realtà, come sottolinea anche Servadio, non mancano opportunità per tornare a riflettere sui principi propri della città radicata sulla Verità, risultato di stratificazioni millenarie che narrano la solidità dei principi fondativi e allo stesso tempo la solidarietà con cui le diverse generazioni hanno tramandato principi valoriali importanti. Tutto questo infatti ci aiuta a rimettere al centro la città dell’armonia, la città della bellezza, i tessuti urbani costellati da chiese e da cattedrali e intorno alle quali tornano a configurarsi comunità solidali e non fondate su interessi evanescenti. Infatti, data la situazione sociale e politica attuale, risulta fondamentale lavorare tutti insieme per riscoprire quanto la nostra storia sia radicata sui luoghi della Verità e della persistenza a differenza dei non-luoghi dell’apparenza e della frugalità.
Intanto le politiche culturali europee, anche in ambito ecclesiastico, attuano sempre più azioni finalizzate a chiudere le chiese perché sempre meno persone frequentano i luoghi di culto (ma domandiamoci anche il perché seppure il tutto non è generalizzabile); sempre più frequenti sono le vendite di conventi e monasteri perché privi di un numero sufficiente di persone che se ne occupano, seppure non mancano anche casi di buone pratiche finalizzate alla rivitalizzazione della vita consacrata. Su queste tematiche e su tanto altro di cui si interroga anche il libro di Servadio certamente non dobbiamo perdere fiducia e fede in quello che è stata ed è la nostra storia cristiana rimettendo al centro della nostra creatività i luoghi di culto, simboli edificanti delle nostre identità capaci, più di qualsiasi altra cosa, di contribuire a rafforzare il valore delle comunità non raccolte intorno ad interessi evanescenti, ma differentemente capaci di costruire solidarietà. Tutto questo ovviamente non è rifiuto nostalgico della tecnologizzazione o dei processi di secolarizzazione; differentemente dobbiamo sottomettere tutto questo ad un fine superiore, per rigenerare e risignificare la nostra storia, affinché anche la città contemporanea possa essere costruita sui principi dell’armonia e della bellezza, tanti auspicati dal Santo Padre San Paolo VI nella lettera agli artisti pronunciata l’8 dicembre del 1965 a chiusura del Concilio Vaticano II e le cui direttive hanno fortemente contribuito ad attivare riflessioni sul futuro del nostro patrimonio religioso cristiano.
Infine il libro di Servadio è uscito a pochi giorni di distanza dall’Enciclica Magnifica Humanitas del Santo Padre Leone XIV e anche in questo caso non mancano alcuni richiami tematici che supportano le proposte del nostro autore.
Servadio giustamente apre e conclude l’opera confermando che la chiesa si è sempre curata dello sviluppo della città e che ora è giusto che anche la città si occupi delle sue chiese. Allo stesso modo papa Leone apre e chiude l’Enciclica citando l’immagine di Neemia (V sec. a.C.), giudeo, restauratore di Gerusalemme. Neemia aveva ascoltato il grido della città ferita e davanti a Dio chiede aiuto per ricostruire la città e le sue mura, mattone dopo mattone, rigenerando la stratificazione della sua storia. Così come Neemia, prendiamoci oggi cura delle nostre chiese, dei simboli identitari, culturali e spirituali delle nostre città, per non essere spettatori rassegnati difronte ad un mondo multiculturale, ma comunità cristiane forti ed attive che “entrano nel cantiere della storia” con laboratori di ricerca, di formazione “per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto. Come Neemia, anche noi siamo chiamati a unire ascolto e coraggio, preghiera e responsabilità, perché la città degli uomini diventi più vivibile, anche quando le logiche tecnocratiche e gli interessi di parte sembrano prevalere”. E come afferma ancora papa Leone XIV tutto questo ci impegna ad essere una “chiesa presente nel mondo come segno di unità” dove le porte sono sempre aperte – come ben rappresentate nell’ara di Sant’Agostino in San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia – e dove le sfide del mondo attuale sono occasione per comprendere che la nostra missione comporta soprattutto responsabilità nei confronti di ciò che abbiamo ricevuto in dono e di come questo patrimonio lo trasmetteremo alla storia futura.
Olimpia Niglio è professoressa di Restauro Architettonico e Patrimonio Culturale, Università di Pavia; assistente dell’Arcivescovo di Lucca, S.E.R. Mons Paolo Giulietti e coordinatrice scientifica del progetto internazinoale “Thesaurum Fidei”; Presidente ICOMOS PRERICO, International Scientific Committee on Places of Religion and Ritual


