HomeLA COMUNITÀ E IL SACROSalvare le chiese o la Chiesa?

Salvare le chiese o la Chiesa?

Custodire le pietre è necessario. Ma la vera sfida è investire nelle “pietre vive”: giovani, comunità, relazioni e una pastorale capace di offrire anche oggi l’esperienza dell’incontro con Cristo

di Roberto Luzi

C’è una domanda forse scomoda, ma che dovremmo avere il coraggio di porci: quanto stiamo investendo per salvare le nostre chiese e quanto stiamo investendo per costruire la Chiesa di domani? Non è un gioco di parole. E soprattutto non è un invito ad abbandonare gli edifici sacri. Le nostre chiese, dalle grandi cattedrali alle piccole pievi di campagna, sono un patrimonio straordinario di fede, arte, cultura e memoria. Raccontano la storia delle comunità che ci hanno preceduto. Sono state costruite con il sacrificio di generazioni, custodiscono opere d’arte, tradizioni, devozioni, ricordi familiari. Restaurarle e conservarle significa proteggere una parte preziosa della cultura umana e della nostra identità.

Ma proprio mentre investiamo energie, competenze e risorse per impedire che crollino le pietre, dobbiamo porci una seconda domanda, forse ancora più urgente: quanto stiamo investendo perché non si svuotino le comunità?

Possiamo restaurare un tetto, consolidare un campanile, recuperare un affresco. Ma chi abiterà quelle chiese tra venti o trent’anni se oggi non abbiamo il coraggio di investire nelle persone?

Le pietre vive

Il problema non è scegliere tra gli edifici e le persone. Il problema è ricordare per chi esistono gli edifici. Una chiesa perfettamente restaurata ma senza una comunità viva rischia di diventare un meraviglioso monumento alla fede di coloro che ci hanno preceduto, invece di essere il luogo nel quale una nuova generazione incontra Cristo. Papa Francesco lo aveva espresso con grande chiarezza nell’Evangelii gaudium: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa», affinché «le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale» diventino strumenti per evangelizzare il mondo contemporaneo «più che per l’autopreservazione» (Evangelii gaudium, 27). È una provocazione che rimane attualissima.

La domanda decisiva, allora, non è soltanto: come conserviamo quello che abbiamo ricevuto? È anche: come consegniamo Cristo a chi viene dopo di noi? Ed è soprattutto pensando ai giovani che questa domanda diventa urgente.

Dare ai giovani l’opportunità di incontrare Cristo

Forse dovremmo smettere di domandarci soltanto perché i giovani non vengono più nei nostri ambienti e cominciare a domandarci: noi, dove stiamo andando per incontrare loro? I linguaggi cambiano. Cambiano i luoghi dell’incontro. Cambiano le forme della socialità, della comunicazione, dell’appartenenza. Non cambia però la sete profonda dell’uomo: essere amato, riconosciuto, ascoltato, trovare un significato per cui valga la pena vivere.

Non dobbiamo cambiare il Vangelo. Dobbiamo avere il coraggio evangelico di cambiare le modalità con cui permettiamo al Vangelo di incontrare la vita. Lo aveva intuito con straordinaria lucidità già Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi: il problema del «come evangelizzare» resta sempre attuale perché «i modi variano secondo le circostanze di tempo, di luogo, di cultura». Per questo occorre «ricreare con audacia e saggezza» i modi più adatti a comunicare il Vangelo agli uomini del proprio tempo (Evangelii nuntiandi, 40). Non è modernismo pastorale. È missione.

Zaccheo non aveva programmato quell’incontro

Il Vangelo ce lo racconta continuamente. Zaccheo non entra in una sinagoga per cercare Gesù. Sale su un sicomoro. È curioso. Vuole vedere. Forse non sa nemmeno bene cosa stia cercando. E Gesù passa proprio lì. Alza lo sguardo e gli dice: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,5).

È straordinario quell’oggi. Cristo incontra Zaccheo nel suo oggi, nel luogo nel quale si trova, dentro la sua storia. E Zaccheo comprende con stupore che quell’incontro riguarda proprio lui. Forse questa è una delle grandi sfide della pastorale contemporanea: creare le condizioni perché Cristo possa ancora passare nell’“oggi” delle persone.

Nell’oggi dei giovani. Nella scuola, nello sport, nella musica, nel volontariato, nel digitale, nelle esperienze di servizio, nei pellegrinaggi, nelle domande sull’ambiente e sulla pace, nella fragilità, nell’amicizia, nel desiderio di futuro. Non tutto deve necessariamente iniziare dentro un edificio ecclesiastico. Gesù stesso ha evangelizzato lungo le strade, nelle case, sulle rive di un lago, durante un pranzo, davanti a un pozzo.

Quanto investiamo nella pastorale del futuro?

Dovremmo allora avere il coraggio di porci alcune domande molto concrete. Quanto investiamo nella formazione di educatori capaci di stare accanto ai giovani? Quanto investiamo negli oratori, nelle esperienze di servizio, nei percorsi di accompagnamento, nei luoghi di ascolto? Quanto investiamo in nuovi linguaggi e nuove competenze comunicative? Quanto tempo dedichiamo semplicemente a stare con le persone?

E soprattutto: quante energie investiamo perché un ragazzo possa fare esperienza di una comunità cristiana nella quale sentirsi accolto, ascoltato, chiamato per nome?

Leone XIV ha ricordato con parole molto nette che occorre avere «il coraggio di fare ai giovani proposte forti e liberanti» e creare ambienti di pastorale giovanile «impregnati di Vangelo», arrivando a una conclusione che dovrebbe diventare criterio delle nostre scelte pastorali: «non c’è futuro senza la cura di tutte le vocazioni!» (Una fedeltà che genera futuro, 28). E parlando ai giovani ha detto ancora: «La Chiesa ha bisogno dell’entusiasmo di tutti voi!» ( Nuova Guinea, 22 aprile 2026) . Non spettatori, dunque, ma protagonisti. Non destinatari di una pastorale costruita dagli adulti per loro, ma parte viva della comunità ecclesiale.

Prima delle parole viene la vita

Qui incontriamo un’altra intuizione profetica di Paolo VI. «La testimonianza di una vita autenticamente cristiana» è «il primo mezzo di evangelizzazione», afferma l’Evangelii nuntiandi (41).

Prima dei programmi viene la vita. Prima dei convegni vengono i volti. Prima delle strategie vengono cristiani credibili. I giovani hanno bisogno di incontrare uomini e donne contenti di essere cristiani. Persone che non presentino la fede come un peso da portare, ma come una vita ricevuta e continuamente donata. Cristiani capaci di prossimità. Capaci di ascoltare. Capaci di perdere tempo per qualcuno. Capaci di accorgersi di chi è rimasto indietro. Capaci di perdonare e ricominciare. Capaci di servire senza cercare il primo posto.

La grande icona della pastorale del futuro potrebbe allora essere semplicissima: Cristo che si cinge i fianchi, prende un asciugamano e lava i piedi dei suoi discepoli. La Chiesa diventa credibile quando si mette il grembiule.

Una Chiesa che rimane in piedi perché abbraccia la Croce

Salvare la Chiesa significa allora qualcosa di molto più profondo che preservarne le strutture. Significa rispondere con la vita all’amore della Croce. Perché soltanto nella comunione con Cristo crocifisso e risorto la Chiesa rimane veramente in piedi. Solo assumendo lo stile della Croce può continuamente rinnovarsi. La Croce non è immobilità. È dono.

Non è conservazione. È amore che si consegna. Non è nostalgia. È apertura alla Risurrezione. Per questo abbiamo bisogno del coraggio e della passione della Croce per cambiare il passo del nostro evangelizzare e del nostro comunicare il Risorto.

Papa Francesco chiedeva una Chiesa capace di uscire dall’autopreservazione per diventare missionaria. Paolo VI chiedeva «audacia e saggezza» nel trovare forme nuove per l’annuncio e ricordava il primato della testimonianza. Leone XIV oggi richiama la Chiesa a guardare agli anni che abbiamo davanti e ai giovani come protagonisti del futuro.

È una stessa traiettoria evangelica: Cristo non cambia, ma una Chiesa fedele a Cristo non può avere paura di cambiare per raggiungere l’uomo.

Francesco: ripara la mia casa

C’è infine un’immagine che può accompagnarci. Francesco d’Assisi ascolta davanti al Crocifisso di San Damiano l’invito: «Va’ e ripara la mia casa». All’inizio Francesco pensa alle pietre. Ripara materialmente alcune piccole chiese. Poi comprende che il Signore gli sta chiedendo qualcosa di immensamente più grande: contribuire, con la sua stessa vita, a rinnovare la Chiesa.

Francesco non elaborò anzitutto una strategia pastorale. Diventò Vangelo. Con la fraternità. Con la povertà. Con la pace. Con l’incontro con il lebbroso. Con la custodia del creato. Con una vita così profondamente evangelica da diventare essa stessa annuncio. Ed è così che, mentre restaurava piccole chiese, contribuiva a restaurare quella grande Porziuncola del mondo che è la Chiesa di Cristo.

Forse anche noi siamo davanti alla stessa scelta. Continuiamo certamente a custodire le nostre chiese. Restauriamo gli affreschi, salviamo i campanili, conserviamo le pievi, proteggiamo la bellezza che la fede delle generazioni ci ha consegnato. Ma mentre restauriamo le pietre, investiamo almeno altrettanta passione nelle pietre vive. Investiamo nei giovani. Investiamo negli educatori. Investiamo nelle famiglie. Investiamo nella prossimità. Investiamo nell’ascolto. Investiamo in una comunicazione capace di raggiungere l’uomo contemporaneo. Investiamo in comunità nelle quali sia bello entrare e possibile sentirsi a casa.

Perché il rischio più grande non sarebbe avere domani qualche chiesa chiusa. Sarebbe avere chiese perfettamente restaurate ma nessuno a cui consegnarne le chiavi. La pastorale del futuro non dovrà semplicemente mantenere ciò che esiste. Dovrà rendere la Chiesa nuova, viva e presente nell’oggi, proprio perché radicata nel Vangelo di sempre. E allora il ritmo della gioia del Risorto potrà ancora farci cantare e danzare il bene e la pace, tanto cari a Francesco d’Assisi.

A noi è chiesto di fare la nostra parte. Siamo pellegrini dell’oggi, sospesi tra una grande eredità ricevuta e una Chiesa che ancora non conosciamo pienamente.

E mentre Cristo passa sulle strade del nostro tempo possiamo rivolgergli l’antica domanda: «Quo vadis, Domine?» Signore, dove vai? Forse la pastorale comincia proprio da qui: avere il coraggio di vedere dove Cristo sta già andando e mettersi in cammino dietro di Lui.

Lì è il domani della Chiesa.

Roberto Luzi, insegnante di IRC presso l’ISI PERTINI di Lucca e Coordinatore del Tempo del Creato

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