di Angelo Campo

Nel marzo del 1964, quando Gio Ponti venne per la prima volta a Taranto con l’incarico per la progettazione della concattedrale, Guglielmo Motolese era arcivescovo della città da due anni ed un mese.
Già sei mesi dopo la sua nomina fu impegnato nel Concilio ecumenico Vaticano II della Chiesa Cattolica che introdusse, tra le altre cose, le norme per l’adeguamento liturgico e per la realizzazione di nuove chiese.

Nello stesso anno l’aeroporto di Taranto aprì ai voli civili per Roma ed il Friuli. Era in corso la costruzione del IV Centro Siderurgico che fu inaugurato l’anno successivo.
Nel frattempo Gio Ponti aveva iniziato a lavorare febbrilmente aggiornando continuamente il suo committente nell’evoluzione del progetto.

“Caro Architetto ho ricevuto le Sue lettere, le Sue bellissime descrizioni. Mi pare già di entrare in Cattedrale, avvolta in un mistico silenzio e raccogliermi in preghiera; come mi pare di trovarmi sull’altare in uno stupendo proscenio circondato dall’assemblea del popolo di Dio nella preghiera liturgica” (mons. G. Motolese, 14 aprile 1964)

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S.E. Mons. Guglielmo Motolese al momento della consacrazine dell’altare nella Concattedrale di Taranto

La risposta di Motolese fa pensare che mentre Ponti parlava di architettura, l’arcivescovo tarantino traduceva il tutto in una dimensione mistica e privata.

“La felicità sta nel perimetro. Lo spazio chiuso. Il templum dei Romani, il témenos dei Greci. Il confine all’interno del quale il mondo può entrare solo in punta di piedi.” (Rumiz, Il filo infinito, 2019)

Nel 1965 mons. Motolese inaugurò il nuovo seminario di Poggio Galeso e alcune delle quarantatre nuove chiese di cui fu promotore negli anni del suo mandato. L’area assegnata a Ponti per la nuova cattedrale di Taranto, spostava l’asse di interesse della città, cercava una nuova modernità, pianificava la terza Taranto, allontanandosi dal suo antichissimo duomo e dal degrado e dalla povertà di quella parte della città che viene chiamata oggi come allora città vecchia e non centro storico, quasi a sottolineare un distinguo con quanto stava sorgendo altrove.

Ponti progettava ma non aveva ancora chiara la parte sommitale della sua chiesa che disegnava spesso come una cupola, il castello lo chiamava.
Forse l’incompiutezza formale si traduceva in una indecisione nominale.

“Il rilevato nel terreno dinnanzi alla cattedrale col percorso per la processione, con bacino che si trasforma in sagrato, in chiesa all’aperto, sarà bellissimo. La esigua facciata sarà bella al sole, e la coprirò di ceramiche. Poi, dentro, la navata, bassa bassa all’inizio si innalzerà verso l’altare, mentre il pavimento scenderà. Tutto sarà puro e candido. Più alto sarà il presbiterio, con i fedeli che assisteranno alla messa anche dietro l’altare perché il pavimento risalirà. Tutto sarà bianco dentro, con un bel pavimento verde o grigio scuro. L’altare avrà forma bellissima. E bella sarà la cripta e bello l’auditorio, e belli i muri fuori, semplici, puri.” (G. Ponti, 1 aprile 1965)

L’anno successivo, il 18 giugno 1966, venivano consegnati i primi alloggi del quartiere Paolo VI e nel 1968 veniva commissionato all’architetto Blandino il piano di risanamento conservativo del borgo antico. Nello stesso anno vi fu l’attivazione del volo Taranto – Milano via Genova. La città accoglieva fiumi di nuovi residenti, circa trentamila nei pochi anni tra l’ideazione e la costruzione della nuova chiesa.

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Prospettiva verso il porto. Foto di Luca Peluso

La cattedrale, così la nominavano Ponti e Motolese nelle loro corrispondenze, aveva finalmente assunto una forma compiuta.

“Ora sto purificando togliendo qua e là dov’è superfluo, deve venire essenziale.” (G. Ponti, 4 gennaio 1965)

Finalmente Ponti lavorava alla vela che divenne sempre più leggera, ordita non da materia ma da luce. Il cielo blu che lo aveva subito colpito durante le prime visite in Puglia, così come il candore delle architetture spontanee dei centri storici, concorsero nel disegno della facciata bassa e della vela slanciata. Ponti alla fine aveva rinunziato a costruire, sottraendo tutto ciò che era possibile senza che il castello perdesse il necessario sostegno.

Immediatamente prima della conclusione del cantiere, Ponti era sfiancato da sei anni di immersione totale nel progetto per la concattedrale. Era diventata quasi un’ossessione ed ora sentiva l’angoscia dal risultato.

“Noi artisti portiamo la creazione agli estremi; la vela che è l’accento della cattedrale è nella sua misura (cioè dimensione) massima, e dopo mesi e mesi di disegnare e ridisegnar ogni volta tutto, avevo dato tutto quel che potevo dare. Ma allora, poiché l’opera non ha precedenti, nascono i dubbi, le angosce. Se un’opera fallisse, per noi è come una colpa, e non occultabile, e da scontare finché siam vivi; e per me da amareggiare gli anni che mi restano” (G. Ponti 21 agosto 1969)

Finalmente la chiesa venne inaugurata (6 dicembre), consacrata (7 dicembre) ed utilizzata per la prima volta nella messa celebrata con tutti i parroci della città (8 dicembre).

“Un vascello, echeggiante la biblica arca, la cui vela è un’architettonica preghiera che si alza verso il Cielo.” (G. Motolese, 6 dicembre 1970)

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La facciata principale. Foto di A. Campo

Scrivendo Cielo con la lettera maiuscola, mons. Motolese dimostra di vedere nella cattedrale progettata da Gio Ponti, ben altro che qualcosa di fisico o naturale.
L’architettura di Ponti ha trovato solo nelle ultime fasi il suo carattere, la sua forza espressiva, segno che la ricerca è durata fino all’ultimo e, probabilmente non si è fermata neppure dopo l’inaugurazione.

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Vista laterale della “vela”. Foto di A. Campo

Il bianco è conquista e rivelazione, il presbiterio è irrorato di luce come il viso di Santa Teresa nell’estasi di Bernini. Ponti ha, infine, rinunziato alla materia utilizzando la luce come maglia strutturale. La facciata e la vela sono blu di giorno e nere di notte, come a disegnare una tela di Mondrian i cui riquadri sono ordinati in una simmetria antiritmica.

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Superfici bianche verso il cielo. Foto di A. Campo.

La trama del costruito è ridotta ad “una filigrana così sottile da sfuggire al morso delle termiti”. (Italo Calvino, Le città invisibili, 1972).
Non ci sono riferimenti in letteratura, ma a me piace pensare che Gio Ponti sia stato influenzato, nella sua Milano, dalla ricerca di Lucio Fontana che in quegli anni realizzava le cosìdette attese: semplici tagli sulle tele che inducevano un carattere metafisico di sospensione spazio-temporale. L’andare
“oltre” come esigenza di scoprire una nuova spazialità.

Una dimensione che mons. Motolese, con il riferimento al Cielo (con l’iniziale maiuscola), sembra aver compreso bene.

“La Cattedrale non è oggi finita, essa comincia oggi e si stacca da me; da oggi la sua presenza nella città sarà opera vostra”. (Gio Ponti, 6 dicembre 1970)

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