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CHE COSA STA ACCADENDO NEL DIALOGO TRA ARTE E CHIESA?

Pubblichiamo di seguito una sintesi dell’intervento di Valentina Piscitelli nella conferenza “ATENE, ROMA e GERUSALEMME. Un dialogo tra arte, architettura, filosofia e teologia” tenutasi, a cura dell’Accademia Angelico Costantiniana di Lettere Arti e Scienze, mercoledì 13 maggio 2026 presso la chiesa di Santa Maria in Cosmedin, Roma

Arte, architettura, liturgia, città. Ma dove stiamo andando?

di Valentina Piscitelli

Per capire il rapporto che la Chiesa Cattolica ha instaurato con la società contemporanea è necessario fare un salto nel tempo e rintracciare le origini di un dialogo interrotto, riattivato a seguito del Concilio Vaticano II, evento storico indetto nel 1961 da Papa Giovanni XXIII e concluso nel 1965 da Paolo VI. Volendo circoscrivere il raggio della nostra analisi al dialogo con l’arte e l’architettura contemporanee, illustreremo una serie di passaggi, lettere e documenti che hanno aperto la via del rinnovamento di un rapporto che è rimasto compromesso per circa due secoli. Le disposizioni conciliari che riguardano direttamente il tema dell’arte nelle diocesi sono state accolte e messe in atto, rivolgendo una particolare attenzione alle chiese e alle opere d’arte. I passaggi chiave di questo dialogo riportano la data del 7 maggio 1964, di particolare importanza per l’iniziativa organizzata presso la Cappella Sistina da Papa Montini che nel celebre «Discorso agli artisti» sdogana l’arte non figurativa del ‘900 rivolgendosi direttamente agli artisti con questa domanda: «Rifacciamo la pace? Vogliamo ritornare amici?». L’8 dicembre 1965 nella «Lettera agli artisti» sempre Papa Montini propone di: «…condurre la chiesa a un diverso collaborativo dialogo con i molteplici linguaggi dell’arte contemporanea, anche quella aniconica in quanto il bello è la prova data dell’esperienza che l’incarnazione è possibile». In chiusura del Concilio Vaticano II, l’8 dicembre 1965 Paolo VI si rivolge agli artisti nel celebre messaggio di alleanza: “Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani…” (artista: AR, dal sanscrito, “saper fare con le mani”) “…Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo: questo basti ad affrancarvi dai gusti effimeri e senza veri valori, a liberarvi dalla ricerca di espressioni stravaganti o malsane”.

Il 1° settembre 1990 il Cardinale Joseph Ratzinger interviene con una lectio magistralis sul tema della necessità di una costante riforma della Chiesa. Il 4 aprile 1999 Papa Wojtyla nella «Lettera agli artisti» li identifica come geniali “costruttori di bellezza” che con la loro capacità creativa aggiungono valore al creato. Nel 2002 al meeting di Rimini il Cardinale Ratzinger afferma che «la bellezza è certamente conoscenza una forma superiore di conoscenza perché colpisce l’uomo con tutta la grandezza della verità». Il 21 novembre 2009 Papa Benedetto XVI nell’incontro con gli artisti a testimonianza della continuità con il magistero dei due predecessori riafferma l’amicizia tra la chiesa e le arti . Il 7 maggio 2020 Papa Francesco in risposta alla lettera di un gruppo di artisti ricevuta in piena emergenza coronavirus ribadisce la necessità di un “sano e proficuo un ruolo dell’arte nella vita cristiana – la bellezza ci porta a Dioe gli artisti ci fanno capire cos’è la bellezza e senza il bello il Vangelo non si può capire”. Il 16 febbraio 2025 Papa Francesco in occasione del Giubileo degli Artisti afferma: «Qualcuno potrebbe dire: “Ma a che serve l’arte in un mondo ferito? Non ci sono forse cose più urgenti, più concrete, più necessarie?”. L’arte non è un lusso, ma una necessità dello spirito. Non è fuga, ma responsabilità, invito all’azione, richiamo, grido. Educare alla bellezza significa educare alla speranza. E la speranza non è mai scissa dal dramma dell’esistenza: attraversa la lotta quotidiana, le fatiche del vivere, le sfide di questo nostro tempo».

Il dialogo con l’arte e l’architettura trova un approdo molto interessante grazie alla partecipazione a partire dal 2018 della Chiesa Cattolica con un proprio Padiglione alla Biennale di Architettura di Venezia. Alla 61° Esposizione internazionale d’arte di Venezia, il tema sviluppato dai curatori del Padiglione della Santa Sede Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers in collaborazione con Soundwalk Collective propone l’ascolto nel Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, intitolando il Padiglione: “L’orecchio è l’occhio dell’anima”. Certo sarebbe stata entusiasta la curatrice Koyo Kouoh (che ci ha lasciato un anno fa) che aveva indirizzato i curatori dei singoli Padiglioni a pensare per la “sua” Biennale: “Un giardino creolo, un luogo in cui le piante di provenienza diversa trovano un equilibrio improbabile ma reale”.

Ispirato alla vita e all’eredità di Santa Ildegarda di Bingen (1098–1179), il Padiglione della Santa Sede assume la forma di una preghiera sonora, rispondendo all’invito di Kouoh a rallentare e a sintonizzarsi su registri più silenziosi, come richiamo all’atto contemplativo dell’ascolto. Durante la visita è richiesto ai visitatori assoluto silenzio, al fine di non disturbare la comunità dei Carmelitani Scalzi residenti nel complesso, che lo preservano. Dietro le sue mura il respiro della città rallenta e la luce accarezza erbe plasmate da secoli di preghiera. Il Padiglione della Santa Sede si fa dunque grazie all’arte preghiera sonora: “The Ear is the Eye of the Soul”, l’orecchio è l’occhio dell’anima. Il Padiglione, si ispira alla vita di Ildegarda, assecondando la ricerca di tonalità più intime. Badessa, compositrice, guaritrice e visionaria Ildegarda intendeva il suono come forma di conoscenza, ponte tra corpo e mondo, microcosmo e macrocosmo. In un’epoca di saturazione, la sua opera invita all’interiorità. Nel Giardino Mistico l’ascolto è centrale: nuovi contributi di compositori, poeti e artisti formano una composizione corale in collaborazione con Soundwalk Collective. Il giardino stesso contribuisce attraverso uno strumento che traduce in suono l’attività bioelettrica delle piante.

[La fitoacustica, detta anche bioacustica vegetale o bioacustica verde, studia i rapporti fra il mondo vegetale (alberi, piante, ma anche funghi) e quello dei suoni, sia per quanto riguarda lo studio delle modalità con le quali le piante producono suoni sia per quello che riguarda le modalità con le quali le piante rispondono e reagiscono ai suoni (fonotropismo). Questi rapporti si manifestano in primo luogo attraverso un’attività acustica vera e propria attraverso la generazione di suoni che solitamente sono al di fuori del campo di udibilità dell’orecchio umano ovvero attraverso infrasuoni o ultrasuoni. Vi sono alcuni suoni emessi dalle piante la cui origine è ancora sconosciuta anche perché le piante stesse non dispongono di organi specifici destinati alla generazione e alla percezione dei suoni].

Interagire con il creato, tutto, significa empatizzare con esso. Questo può includere la capacità di immaginarsi al posto dell’altro, percependo così le sue emozioni, pensieri e motivazioni. L’evoluzionismo tecnologico dell’Antropocene eleva l’innovazione a unica linea di sviluppo e di pensiero, travolge il senso del limite, lo estremizza e radicalizza, senza divenire carne, senso, misura, sangue. La sfida dell’Arte alla società è indagare se la nostra superiore intelligenza emotiva – insolitamente travolta dall’afflato ecologico – saprà trovare una via di mezzo, responsabile e praticabile. L’era che inizia potrebbe allora essere l’Ecocene, l’era ecologica dell’egualitarismo ecosistemico. In questo quadro di valori, il dialogo con i molteplici linguaggi dell’arte contemporanea si estende all’architettura e al suo spazio liturgico, includendo la città tutta come casa di Dio, ovvero casa di tutti (il sagrato come spazio fulcro tra credenti e non).

Ma l’invito a generare bellezza rivolto agli artisti nell’era Trump assume piuttosto la forma di provocazione, rimandano talvolta a forme di blasfemia dove il teatro dell’azione è lo spazio urbano. Nell’opera “Saint or Sinner” dell’artista britannico Mason Storm il 5 novembre 2025 la galleria Gleis 4 al centro di Basilea espone la riproduzione di un Donald Trump detenuto e crocifisso che causa una vera e propria bufera mediatica. Ma la politica si fa arte blasfema, superando se stessa. Nell’iconica foto dell‘Ultima Cena alla Casa Bianca la narrazione di Trump produce l’iconizzazione di un ufficio della Fede guidato da Paula White, predicatrice che dice di aver visto Dio, l’immagine ritrae i presenti raffigurandoli esattamente come gli Apostoli del quadro di Leonardo. New York diviene il luogo della provocazione artistica a sfondo religioso nella mostra “The Holy Babble!” (aperta fino al 27 aprile 2026). L’artista anonimo esplora il “trumpismo” rappresentandolo come una setta creata sfruttando il cristianesimo. La galleria d’arte viene così trasformata in una cappella religiosa a navata unica. L’artista denuncia la setta che la politica ha creato nel palazzo presidenziale sfruttando il cristianesimo. L’installazione vede l’interno della galleria arredato con panche, al posto dell’altare, un distributore di testi sacri “250 pagine che raccontano la sua vita in prosa biblica“. Poi ci sono le vetrate colorate con scene sulla falsa riga della Bibbia, in cui il protagonista è Donald Trump e il suo entourage. Poi tra le carte da gioco con le preghiere e le immagini del presidente statunitense nelle sue pose più celebri.

Questo gioco di ruoli invertiti è rintracciabile anche in architettura. Si pensi alla chiesa di Dio Padre misericordioso, meglio nota come chiesa del Giubileo o Dives in misericordia opera dell’arch. Richard Meier: un luogo di culto cattolico sito a Roma, nel quartiere Alessandrino, caratteristico per la pioggia di luce zenitale che sembra tradire il tradizionale passaggio dal buio alla luce che per secoli è stata una invariante nella liturgia, determinando la composizione architettonica.

La stessa ricostruzione di Notre Dame a Parigi ha lasciato dubbi sulla progettazione illuminotecnica, che mostra la casa di Dio in una luce indifferenziata, diffusa e fortissima che non favorisce alcuna forma di meditazione.

Ripensare il rapporto delle arti con il sacro potrebbe voler dire fare ancora una volta un salto indietro nel tempo per recuperare quel common ground di cui oggi spesso si sente la mancanza.

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