Ricorre qeust’anno il primo centenario dalla morte di Antoni Gaudí e, come promesso già da molti anni, il cantiere della Sagrada Familia per celebrarlo ha portato a conclusione la sua guglia più alta. Rievochiamo la figura del noto architetto catalano e la conclusione della sua opera maestra, con questi due articoli di Maria Antonietta Crippa.
Gaudí, l’avventura dell’architetto di Dio
Di Maria Antonietta Crippa
Ho sempre collocato Antoni Gaudí (Reus, 25 giugno 1852 – Barcellona, 10 giugno 1926) – architetto eccezionale per potenza immaginativa e per vastità di conoscenze, tra incipiente scienza delle costruzioni; saperi costruttivi tradizionali; conoscenze geometriche inusuali; uso spregiudicatamente libero dei materiali – in un momento di snodo della contemporaneità architettonica ed artistica, nel generale passaggio dalla cultura eclettica a quella più libera rispetto all’eredità storica. Ne ho colto inoltre al contempo, entro un orientamento fortemente razionalizzante della tradizione medievale alla Viollet-le Duc, un gusto di sapore barocco per l’interazione dei fattori formali, costruttivi, simbolici e celebrativi di una costruzione, che comportava una fioritura senza limiti di varianti di dialogo tra struttura e ornato, tra forme e colori, tra figure naturali ed invenzioni quasi magiche in qualche caso.
Mi è sembrato cioè un artista teso tra razionalità e sensibilità wagneriana per l’opera d’arte totale. Era una polarizzazione che avrebbe potuto restar sostanzialmente cifra irrisolta anche del progetto della cattedrale della Sagrada Familia, per il quale aveva ricevuto l’incarico di direttore di cantiere nel 1883 a soli 31 anni. Essa venne invece scossa, lentamente, per tappe che solo in parte si possono documentare, dall’esperienza religiosa.
Da una penitenza radicale, si disse persino mortale, vissuta autonomamente nella Quaresima del 1894 a seguito della quasi contemporanea scomparsa di molte persona a lui care, riuscì ad uscire grazie all’aiuto del vescovo Josep Torras i Bages che gli fece comprendere la positività umana della fede cattolica. L’aveva ricevuta dall’infanzia e negli studi dell’adolescenza e della prima giovinezza ma poi l’aveva abbandonata.
Ne riacquistò gradualmente la profondità. Lo aiutò in questo la frequentazione di celebrazioni eucaristiche e di devozioni. Il cantiere della Sagrada Familia divenne sempre più lo spazio nel quale tentare una sintesi tra invenzioni costruttive anche del tutto inedite, coesistenza di architettura e arti figurative e fioritura di simboli. Gli furono di grande aiuto la meditazione personale di vite di grandi santi, quella dell’Année liturgique dell’abate benedettino Prosper Guéranger di Solesmes, le conversazioni con prelati amici che gli davano ragione della maturazione nel contesto ecclesiastico europeo di un grande movimento liturgico che coinvolgeva riti ed arte insieme.
Gaudì, nella prima modernità tra fine Ottocento e inizio Novecento in cui visse, prese una strada diversa da quella dei suoi contemporanei. Non fu estraneo ai loro dubbi e ai loro interrogativi. Visse però una potente sintesi di fattori professionali e religiosi del tutto originale, che lasciò segni tradotti in fedeltà ai suoi principi in molti suoi allievi, cui va il grande merito di aver continuato l’impresa da lui iniziata fino ad oggi.
Sagrada Familia, la torre di Gesù
Di Maria Antonietta Crippa
La recentissima conclusione della torre più alta della basilica barcellonese della Sagrada Familia, coincidente con il centenario della morte del suo ideatore e primo progettista Antoni Gaudí segna un momento fondamentale della sua storia.
Alla Junta Constructora – presieduta da mons. Joan Josep Omella Omella, arcivescovo metropolita di Barcellona, e dal suo delegato, il dott. Esteve Camps Sala – è affidata l’attività del cantiere: per la costruzione dell’edificio, i restauri e la gestione quotidiana segnata dall’altissimo numero di visite, paragonabile solo a quello per gli affreschi della Cappella Sistina di Michelangelo.
Eccezionale per dimensioni e modernità tecnologica oltre che per ideazione e fedeltà al metodo e ai criteri originari, da parte delle generazioni di direttori che lo hanno retto fino ad oggi, il cantiere della Sagrada Familia è metafora contemporanea del perseguimento artistico di una coerenza unitaria di senso religioso possibile all’agire umano. Credo sia questa la ragione per la quale stupisce e affascina persone di culture e mentalità diverse.
La conformazione esterna, la spazialità interna, i segni, i simboli, le rigorose proporzioni anch’esse simboliche, la varietà dei contributi d’arte – nei pinnacoli, nelle vetrate, nei portali e nei cicli scultorei -, ogni parte, grande o piccola che sia, concorre infatti a far emergere una tendenziale esattezza di senso unico, connesso al valore liturgico di questa chiesa cattolica.
Coinvolge, detto in altri termini, in una celebrazione della gloria di Dio che rende la storia umano divina di Cristo un fatto di memoria e di vita attuale. La Junta ha ufficialmente segnalato che i lavori possono essere ritenuti compiuti al 70%. Mancano: il completamento del circuito del chiostro, una sacrestia, alcune parti dei tetti della chiesa, e soprattutto le quattro torri e l’insieme della facciata principale, detta della Gloria, con una grande scalinata su calle Mallorca per la quale attualmente non c’è adeguato spazio libero. La chiusura del cantiere è dunque lontana nel tempo. E tuttavia il 2026 è un anno di svolta.
L’evento della conclusione della torre di Gesù, alta 172,50 metri, la più alta nel mondo per un edificio religioso, con una croce di quattro braccia orientata secondo i punti cardinali e alta 17,00 metri – che diverrà percorribile all’interno, quindi panoramica, e custode della scultura dell’Agnello mistico, esito di concorso vinto dall’artista italiano Andrea Mastrovito – ha ottenuto pubblico riconoscimento religioso e civile nell’intera Spagna.
L’asse verticale che lega la grande croce cosmica di Cristo con l’Agnello, simbolo della sua mitezza, all’altare sovrastato da crocifisso e baldacchino all’interno della basilica, è infatti una freccia idealmente lanciata come segno di pace, disarmata e disarmante, al mondo intero.


